“Harry Nilsson è il più grande dei musicisti sconosciuti”. Questo è uno dei commenti più sintetici e veri che mi sia capitato di leggere su di lui, in questi giorni. Da quando l’ho “scoperto” non passa giorno in cui non ascolti almeno un brano di Harry Edward Nilsson III. Perché evidentemente era arrivato il momento giusto. Ho spesso riscontrato che per certe cose arriva un momento, un grado di maturazione per cui sono le cose stesse a presentarsi alla tua porta e a imporsi.
Così avvenne per il country e Johnny Cash, quando m’entusiasmai a entrambi cinque anni fa, e così è senz’altro per Nilsson che da molto tempo faceva capolino dalle mie parti senza però mai fermarsi. Per esempio sapevo che insieme a Stevie Wonder partecipò alla leggendaria jam session del 1974 fra John Lennon e Paul McCartney, quando si ventilò l’ipotesi di una reunion dei Beatles. (In quel periodo, a Los Angeles, Lennon s’era temporaneamente separato da Yoko Ono, e aveva riallacciato i rapporti con il vecchio compagno di band, mentre con Nilsson condivideva una forte passione per il bere.)
Poi c’era il fatto che nel 1969 la sua Everybody’s Talkin’ fece da colonna sonora al film premio Oscar Un uomo da marciapiede. E ancora, che nel 1970 registra Nilsson sings Newman, un album interamente di cover dedicato all’eccelso autore di “You can leave yout hat on”, che lo accompagna al piano. In ultimo, questo gennaio, leggo un articolo su Mika e scopro che il giovane inglese ha una grande passione per il cantautore americano. Parla di Nilsson citando quel genere vaudeville e un po’ cabarettistico che m’ha sempre affascinato e divertito.
Decido che è giunta l’ora di approfondire meglio. Nato a New York nel 1941, Nilsson raggiunge la fama alla fine degli anni sessanta, grazie a una dichiarazione dei Beatles che lo considerano fra i migliori compositori americani. Alla conferenza stampa di presentazione della Apple Corps, infatti, viene chiesto a John quale fosse il loro cantante americano preferito. La risposta è “Nilsson”. Subito dopo viene chiesto a Paul quale fosse il loro gruppo americano preferito. La risposta è ancora “Nilsson”.
I suoi primi lavori non avevano riscosso un grande favore di pubblico, nonostante alcuni brani fossero stati incisi da gente come Little Richard, Phil Spector, Fred Astaire, o gli Yardbirds. Ma con il 1969 arriva anche il Grammy Award.
"Everybody's Talkin' (1969)" e "Coconut (1971)"
Nilsson è l’esatto contrario di quello che una rockstar dovrebbe essere. Non è certo un adone. Ai giornalisti e curiosi che sono rimasti colpiti dalle dichiarazioni di Lennon e McCartney, risponde personalmente al telefono. Non ha un agente. Sceglie di dedicarsi esclusivamente al lavoro di studio, e non terrà mai alcun concerto. Solo qualche apparizione televisiva. Inoltre, un altro fattore abbastanza controproducente: gli album e i singoli brani sono molto diversi l’uno dall’altro. Stili e generi differenti.
Basti pensare allo splendido A little touch of Schmilsson in the night che propone standard americani accompagnati da una grande orchestra. Un flop colossale.
Fra il 1973 e il 1974 frequenta molto John Lennon nel suo periodo californiano. Si ipotizza una possibile collaborazione artistica, ma i due preferiscono bere, drogarsi e farsi cacciare da locali come il noto Troubadour di West Hollywood.
Il beatle si offre di produrre il nuovo disco di Nilsson, ma la sfortuna sembra essere una costante della sua vita: durante le sessioni di registrazione, perde la voce e subisce una lesione alle corde vocali. Tiene nascosto l’infortunio per paura che Lennon decida di interrompere il progetto. Il risultato è un altro disastro commerciale. La RCA prende in considerazione l’idea di recidere il contratto di Nilsson, ma con l’intercessione dello stesso Lennon e Ringo Starr torna sui propri passi.

Ringo, inoltre, lo coinvolge nello strampalato progetto di Son of Dracula, un rock-movie che riunisce varie personalità dell’ambiente musicale. Nilsson ottiene il ruolo del protagonista che sarebbe dovuto andare a David Bowie.
Potrebbe essere la fine di un periodo nero, ma dall’altra parte dell’oceano, al 12 di Curzon Place, Londra, “Mama” Cass Elliot dei Mamas & The Papas muore per insufficienza cardiaca. Neanche a dirlo, l’appartamento era di proprietà di Nilsson. Quattro anni dopo, nello stesso bilocale, morirà anche il batterista degli Who, Keith Moon, per overdose da un farmaco anti-alcol. Scioccato da queste due tragedie, Nilsson si affretta a rivendere l’appartamento a Pete Townshend.
Sembra riprendere in mano le fila della propria carriera con quello che, successivamente, considererà il suo album migliore: Knnillssonn esce nel 1977, la sua voce è sicura come quella di una volta, e le canzoni sembrano essere nate nello stesso periodo dei suoi migliori successi. Anche la casa discografica sembra apprezzare, e si impegna a promuovere il disco con una massiccia campagna pubblicitaria. Ma ancora una volta, una morte improvvisa intralcia la sua carriera. Stavolta è Elvis Presley a essersene andato, e la RCA sospende qualsiasi promozione per dedicarsi alla ristampa dell’intero catalogo del Re.
Dopo l’omicidio dell’amico Lennon, Nilsson decide di ritirarsi a vita privata. Le uniche eccezioni che si concede sono in occasione delle raccolte di fondi per la Coalition to Stop Gun Violence – un’oganizzazione contro la diffusione delle armi – e qualche sporadica partecipazione a progetti musicali di amici.
"Together (1968)" e "1941 (1971)"
Nel 1991, la sua consulente finanziaria viene arrestata per l'appropriazione indebita di tutti i guadagni che Nilsson aveva accumulato nella sua carriera. Sul conto restano solo 300 dollari. Nonostante una condanna a due anni di prigione, la donna esce senza aver mai restituito il denaro. La salute di Nilsson è compromessa, è diabetico e nel 1993 subisce un grave infarto. Appena si riprende, torna in studio di registrazione per realizzare un nuovo disco dopo molti anni. Termina le registrazioni vocali il quindici gennaio 1994, e quella notte stessa muore per un nuovo attacco cardiaco.