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mercoledì, 28 febbraio 2007

Harry Nilsson è il più grande dei musicisti sconosciuti”. Questo è uno dei commenti più sintetici  e veri che mi sia capitato di leggere su di lui, in questi giorni. Da quando l’ho “scoperto” non passa giorno in cui non ascolti almeno un brano di Harry Edward Nilsson III. Perché evidentemente era arrivato il momento giusto. Ho spesso riscontrato che per certe cose arriva un momento, un grado di maturazione per cui sono le cose stesse a presentarsi alla tua porta e a imporsi.

Così avvenne per il country e Johnny Cash, quando m’entusiasmai a entrambi cinque anni fa, e così è senz’altro per Nilsson che da molto tempo faceva capolino dalle mie parti senza però mai fermarsi. Per esempio sapevo che insieme a Stevie Wonder partecipò alla leggendaria jam session del 1974 fra John Lennon e Paul McCartney, quando si ventilò l’ipotesi di una reunion dei Beatles. (In quel periodo, a Los Angeles, Lennon s’era temporaneamente separato da Yoko Ono, e aveva riallacciato i rapporti con il vecchio compagno di band, mentre con Nilsson condivideva una forte passione per il bere.)


Poi c’era il fatto che nel 1969 la sua Everybody’s Talkin’ fece da colonna sonora al film premio Oscar Un uomo da marciapiede. E ancora, che nel 1970 registra Nilsson sings Newman, un album interamente di cover dedicato all’eccelso autore di “You can leave yout hat on”, che lo accompagna al piano. In ultimo, questo gennaio, leggo un articolo su Mika e scopro che il giovane inglese ha una grande passione per il cantautore americano. Parla di Nilsson citando quel genere vaudeville e un po’ cabarettistico che m’ha sempre affascinato e divertito.

Decido che è giunta l’ora di approfondire meglio. Nato a New York nel 1941, Nilsson raggiunge la fama alla fine degli anni sessanta, grazie a una dichiarazione dei Beatles che lo considerano fra i migliori compositori americani. Alla conferenza stampa di presentazione della Apple Corps, infatti, viene chiesto a John quale fosse il loro cantante americano
preferito. La risposta è “Nilsson”. Subito dopo viene chiesto a Paul quale fosse il loro gruppo americano preferito. La risposta è ancora “Nilsson”.
I suoi primi lavori non avevano riscosso un grande favore di pubblico, nonostante alcuni brani fossero stati incisi da gente come Little Richard, Phil Spector, Fred Astaire, o gli Yardbirds. Ma con il 1969 arriva anche il Grammy Award.

          

"Everybody's Talkin' (1969)" e "Coconut (1971)"


Nilsson è l’esatto contrario di quello che una rockstar dovrebbe essere. Non è certo un adone. Ai giornalisti e curiosi che sono rimasti colpiti dalle dichiarazioni di Lennon e McCartney, risponde personalmente al telefono. Non ha un agente. Sceglie di dedicarsi esclusivamente al lavoro di studio, e non terrà mai alcun concerto. Solo qualche apparizione televisiva. Inoltre, un altro fattore abbastanza controproducente: gli album e i singoli brani sono molto diversi l’uno dall’altro. Stili e generi differenti.

Basti pensare allo splendido A little touch of Schmilsson in the night che propone standard americani accompagnati da una grande orchestra. Un flop colossale.
Fra il 1973 e il 1974 frequenta molto John Lennon nel suo periodo californiano. Si ipotizza una possibile collaborazione artistica, ma i due preferiscono bere, drogarsi e farsi cacciare da locali come il noto Troubadour di West Hollywood.

Il beatle si offre di produrre il nuovo disco di Nilsson, ma la sfortuna sembra essere una costante della sua vita: durante le sessioni di registrazione, perde la voce e subisce una lesione alle corde vocali. Tiene nascosto l’infortunio per paura che Lennon decida di interrompere il progetto. Il risultato è un altro disastro commerciale. La RCA prende in considerazione l’idea di recidere il contratto di Nilsson, ma con l’intercessione dello stesso Lennon e Ringo Starr torna sui propri passi.


Ringo, inoltre, lo coinvolge nello strampalato progetto di Son of Dracula, un rock-movie che riunisce varie personalità dell’ambiente musicale. Nilsson ottiene il ruolo del protagonista che sarebbe dovuto andare a David Bowie.

Potrebbe essere la fine di un periodo nero, ma dall’altra parte dell’oceano, al 12 di Curzon Place, Londra, “Mama” Cass Elliot dei Mamas & The Papas muore per insufficienza cardiaca. Neanche a dirlo, l’appartamento era di proprietà di Nilsson. Quattro anni dopo, nello stesso bilocale, morirà anche il batterista degli Who, Keith Moon, per overdose da un farmaco anti-alcol. Scioccato da queste due tragedie, Nilsson si affretta a rivendere l’appartamento a Pete Townshend.

Sembra riprendere in mano le fila della propria carriera con quello che, successivamente, considererà il suo album migliore: Knnillssonn esce nel 1977, la sua voce è sicura come quella di una volta, e le canzoni sembrano essere nate nello stesso periodo dei suoi migliori successi. Anche la casa discografica sembra apprezzare, e si impegna a promuovere il disco con una massiccia campagna pubblicitaria. Ma ancora una volta, una morte improvvisa intralcia la sua carriera. Stavolta è Elvis Presley a essersene andato, e la RCA sospende qualsiasi promozione per dedicarsi alla ristampa dell’intero catalogo del Re.

Dopo l’omicidio dell’amico Lennon, Nilsson decide di ritirarsi a vita privata. Le uniche eccezioni che si concede sono in occasione delle raccolte di fondi per la Coalition to Stop Gun Violence – un’oganizzazione contro la diffusione delle armi – e qualche sporadica partecipazione a progetti musicali di amici.

          

"Together (1968)" e "1941 (1971)"

Nel 1991, la sua consulente finanziaria viene arrestata per l'appropriazione indebita di tutti i guadagni che Nilsson aveva accumulato nella sua carriera. Sul conto restano solo 300 dollari. Nonostante una condanna a due anni di prigione, la donna esce senza aver mai restituito il denaro. La salute di Nilsson è compromessa, è diabetico e nel 1993 subisce un grave infarto. Appena si riprende, torna in studio di registrazione per realizzare un nuovo disco dopo molti anni. Termina le registrazioni vocali il quindici gennaio 1994, e quella notte stessa muore per un nuovo attacco cardiaco.


"Everybody's Talkin' (2007)" - Mika

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categoria : musica, beatles

postato da seaweeds
venerdì, 23 febbraio 2007

Ancora? Non bastava quella di Vicenza?
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categoria : politica, cronaca scema

postato da seaweeds
venerdì, 23 febbraio 2007

The Aristocrats è un film tanto inutile quanto imperdibile. Tanto volgare quanto “erudito”.
È un documentario su una barzelletta. Che non fa ridere, peraltro.
Neanche il film, che però è talmente assurdo da essere magnetico. Tiene incollati per quell’ora e venti durante la quale vi chiedete: “ma chi me l’ha fatto fare?”, e alla fine vi sentite più ricchi. Di niente, di aria. Come dopo un pasto a base di legumi.
Ecco, questo è l’effetto che più o meno fa The Aristocrats.
Più di cento comedian e personaggi dello spettacolo, che raccontano e filosofeggiano sulla peggior barzelletta della storia.

In sintesi: un uomo si reca da un impresario per proporre il numero che compie con la sua famiglia. Gli viene risposto che queste cose non vanno più di moda. Lui replica che il loro, però, è diverso e comincia a raccontare. (In talune versioni, invece, si esibisce proprio.) Lui e sua moglie salgono sul palco, nudi. Poi iniziano ad accoppiarsi e dopo poco vengono raggiunti dai due figli minorenni. Tutti insieme si prodigano in disgustose pratiche che contemplano escrementi, incesti, rapporti con animali, pedofilia, ogni genere di liquido corporeo, necrofilia, satanismo e chi più ne ha, più ne metta. Alla fine della narrazione o dell’esibizione, l’impresario resta un attimo in silenzio, poi commenta: “Beh, in effetti non ho mai visto nulla del genere. Come chiamate questo numero?” E l’uomo risponde: “Gli aristocratici!”


        

Fine. Naturalmente lo scopo della barzelletta non è tanto la battuta conclusiva (che, possibilimente, andrebbe recitata insieme alla mossa inventata da Drew Carey, qui sopra) quanto le iperboli che si riescono a inserire nell’esibizione. Fin dai tempi del vaudeville, “The Aristocrats” è considerata una barzelletta per addetti ai lavori. Una specie di “esercizio di stile” con il quale i comici testano la loro capacità di tenere viva l’attenzione dello spettatore, con quanti più eccessi riescono a inventare. Leggende narrano che Chevy Chase e John Belushi la tirassero avanti per mezz’ora, una volta anche per novanta minuti.

                     

A dare quella parvenza accademica alla pellicola, ci sono i fondamentali interventi di gente come Robin Williams, Whoopi Goldberg, Carrie Fisher, Eric Idle, Eddie Izzard, Paul Reiser, Chris Rock, Andy Dick, Drew Carey, Rob Schneider, Billy Connoly, e Trey Parker & Matt Stone, che non potevano esimersi dal realizzare una versione “southparkesca” della barzelletta raccontata da Eric Cartman.

Un’esperienza imperdibile. O anche no.
Senz’altro unica.

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categoria : cinema

postato da seaweeds
giovedì, 22 febbraio 2007

In una replica dei Simpson di qualche giorno fa, Homer m'ha ricordato qualcosa che avevo rimosso da molti anni.
L'orrida serie "L'amore è...", creata da Kim Casali negli anni sessanta e perpetrata senza vergogna dal figlio Stefano.
Per chi non li ricordasse, i protagonisti delle vignette sono due bambini, nudi, che però sono sposati e hanno dei figli a loro volta. Un concentrato di Freud, incesti e pedofilia da rabbrividire. Come se non bastasse, sono disegnati male, non fanno ridere, e se fanno tenerezza la fanno soltanto alle lettrici di Grand Hotel (a proposito, esiste ancora?).



Li ho sempre odiati. Forse perché quando ero piccolo avevamo in casa due asciugamani "per lui e per lei" con i due personaggini. Orrendi. Evidentemente li ho inceneriti non appena ho raggiunto l'età della ragione, perché a un certo punto sono svaniti. O forse mi hanno anticipato i miei genitori, che loro sono mica scemi.

Un ricordo così terribile non potevo tenerlo solo per me. Dovevo condividerlo per esorcizzare la sua influenza negativa. E già che ci sono, ci metto dentro pure il Tenero Giacomo, che tutte le volte mi rimandava all'ultima pagina e tutte le volte faceva pena.


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categoria : diario, chi l ha visto