Orgoglio di casa nostra. Diretto da Giovanni Pastrone, vanta uno sceneggiatore d'eccezione: Gabriele D'Annunzio, autore anche dei dialoghi e didascalie presenti nel film. Uno dei primi kolossal storici, antesignano del peplum, che vede il debutto del personaggio Maciste. Si trattava del genovese Bartolomeo Pagano, scaricatore di porto che rivestì in seguito i panni (pochi) del forzuto eroe per un'altra trentina di film. Per la prima volta, eccetto un paio di esperimenti precedenti, viene introdotta la "carrellata" in un lungometraggio.
Non più un'inquadratura fissa, dunque, ma la macchina da presa può anche essere montata su un supporto mobile.
Diretto e sceneggiato da Paul Wegener e Henrik Galeen traspone cinematograficamente la leggeda del mostro d'argilla a cui il rabbino Löw ha instillato la vita. Precursore (almeno cinematograficamente) del mito dell'uomo che cerca di sostituirsi a Dio, Il Golem è uno dei primi capolavori dell'espressionismo tedesco: scenografie cupe, irreali, deformi (la stessa parola "Golem" significa "massa informe") che comunicano disagio e inquietudine.
Tanti anni fa, Fantozzi fu assunto nella mega ditta con la qualifica di spugnetta per francobolli. Riuscì nell'impresa perché all'esame attitudinale, dietro soffiata di un capo usciere corrotto, rispose così a due strane domande del Presidente della commissione...
Ancora oggi è il più fedele adattamento del Dracula di Bram Stoker seppur i nomi siano stati cambiati in toto per problemi di copyright con l'autore. Il regista Friedrich Wilhelm Murnau venne condannato a bruciare tutte le copie della pellicola, ma è grazie a una sua provvidenziale "dimenticanza" che si salva la copia che è giunta fino ai giorni nostri. L'interpretazione dell'agghiacciante Max Schreck (in tedesco: Massimo Terrore) è così convincente c
he nasce la leggenda che si trattasse di un vero vampiro. 
Capostipite di una saga ripresa negli anni da più autori, è in origine diretto da Fritz Lang. Tratto dal romanzo di Norbert Jacques e adattato dall'allora moglie di Lang, Thea Von Harbou narra le gesta dei diabolico dottor Mabuse. Noto psichiatra e padrone assoluto della criminalità berlinese. Con le sue capacità ipnotiche e la sua abilità nei travestimenti tiene in scacco il procuratore Wenck. La corruzione, la vita dissoluta, le bische, l'inflazione e i crolli bancari sono evidenti richiami alla cosidetta Repubblica di Weimar. Il film, rivisto ai giorni nostri, ha conservato la tensione, la sorpresa e il ritmo di ottantacinque anni fa.

Il regista di Nosferatu traspone il classico goethiano ispirandosi all'opera di Eugène Delacroix. Raffinato e simbolico, con un Mesfistofele un po' sovrappeso, il film è un'altra immersione nell'espressionismo tedesco, che culmina con la scena in cui il diavolo avvolge la città con la sua cappa infernale. Quattordici anni dopo, la scena è ripresa con uguale effetto in Una notte sul monte calvo, da Fantasia di Walt Disney.

Non solo considerato uno dei più grandi film del regista austriaco, ma anche dell'intera storia del cinema. Quest'anno compie ottant'anni, e il futuro che profetizzava è sempre più vicino: il 2027, un secolo dopo la sua realizzazione. La fiaba fantascientifica di Freder e Maria è un'utopia scritta ancora una volta da Thea Von Harbou e condita da un curioso misticismo operaio, lotta di classe e simbologia dantesca. La cristologia del giovane Freder - figlio del padrone della città - che conosciuto l'amore della semplice Maria entra in contatto con la città degli operai, porta in sé un messaggio ingenuo e allo stesso tempo di speranza. "Tra il braccio e la mente serve l'intermediazione del cuore" dice l'aforisma con cui si apre il film, ma quarant'anni dopo, il regista non sembra condividere più questo adagio.
Ricordate, ad esempio, gli orologi e l'uomo che lavora in armonia con essi? Diventava una parte integrante delle macchine. Compresi che tutto ciò era troppo simbolico, eccessivamente semplicistico nell'evocazione di quelli che si definiscono i guai della meccanizzazione."
Buci e le Pulizie di Primavera (Topolino N. 1, 1949)