Quando avevo dieci, undici anni, durante le estati passate quassù in trentino avevo un amico che si chiamava Paolo. Era il figlio della Saveria, che preparava delle straordinarie marmellate e mi invitava a merenda quasi tutti i giorni.
Paolo ha una decina d'anni in più di me, ed era il figo del paese. Bellissimi occhi azzurri e lineamenti alla Paul Newman. Era il ribelle, Rusty il selvaggio, era il fratello maggiore che ti protegge, ammirato e temuto da tutti.
Portava degli stivali alla texana, e quando ebbe la sua prima auto divenne un modello irraggiungibile. Con l'interno dei sedili scamosciati chiari, e una bandiera di Elvis tesa contro il lunotto posteriore.
Nel cassetto del cruscotto mostrava con orgoglio la scatola di preservativi e le cassette di Elvis che andavano a ripetizione nella sua radio.
Probabilmente era la prima volta che sentivo parlare di Elvis.
Quando Paolo comprò la moto fece un incidente gravissimo rimanendo in coma per qualche mese. Quando tornò, fu accolto come una leggenda. Nonostante fosse rimasto zoppo a vita, quella camminata claudicante gli ha sempre conferito ancora più carisma. Come una ferita di guerra.
Era tornato il sacerdote di Presley, era tornato il giovane discepolo del rock 'n roll, il mio piccolo mito personale e la sua vita spericolata.
Nel 1970 Elvis tornò a risplendere con una serie infinita di concerti maestosi, come si addice al Re, appunto. Il suo ingresso sul palco è da pelle d'oca: sulle note di Also Spracht Zarathustra di Richard Strauss. Chiunque, anche (e soprattutto) oggi, si sognasse di fare un'entrata del genere verrebbe subito tacciato di essere kitsch e pacchiano. Invece è il trionfo di Elvis, dei vestiti a zampa tempestati di brillanti che richiamano le luci e gli eccessi di Las Vegas, dove si esibiva.
La classica, maestosa, intro di un concerto di Elvis: Also Spracht Zarathustra e See See Rider
Da quel momento, fino alla fine, Elvis diventa una macchina da concerti. Quasi un migliaio di date, circa una ogni tre giorni, e spesso con più di un concerto per data. Nonostante la scaletta vari di tour in tour, gli spettacoli seguono un rituale abbastanza rigido: l'ingresso sul tema di 2001: Odissea nello spazio e la chiusura con lo speaker che annuncia "Elvis ha lasciato l'edificio". L'equivalente pagano di un "La messa è finita, andate in pace".
Sostiene che "al pubblico bisogna dare uno spettacolo. Se stessi immobile sul palco a cantare, senza muovere un muscolo, la gente penserebbe "mio Dio, potevo rimanere a casa e ascoltare i suoi dischi". Devi dar loro uno show, qualcosa di cui parlare".
E Elvis fa parlare. Nel bene e nel male. I detrattori sostengono che non sa stare al passo coi tempi. Gli ammiratori invece sono entusiasti di uno spettacolo di buona musica, con il re degli esecutori sul palco e una band rodata da tempo. Presley è mattatore, fra una canzone e l'altra racconta aneddoti, ride e scherza con il pubblico. Pure troppo, a volte: spesso non ricorda i testi delle canzoni e allora improvvisa, a volte lo fa solo per amore di battuta. Infila strafalcioni, cambia le parole.
Come in "Fever" quando, anziché dire "when you hold me tight" (quando mi stringi forte) dice "when you pull my hair" (quando mi tiri i capelli) o in "Love me tender" dove "You have made my life complete" (hai reso la mia vita completa) diventa "you have made my life a wreck" (hai reso la mia vita uno sfacelo). E ancora nella sua versione di "Yesterday" dove "I'm not half the man I used to be" (non sono nemmeno la metà dell'uomo che ero) diventa "I'm not half the stud I used to be" (non sono nemmeno la metà dello stallone che ero). In "American Trilogy", la terra del sud, Dixieland diventa spesso Disneyland.
In "And I love you so" invece di domandarsi "How I lived till now, I tell them I don't know" (come ho vissuto fino ad ora, rispondo loro che non lo so" si chiede "How I lived to now, I'm living with a cow" (come vivo ora, vivo con una mucca).
Scherza anche sul suo peso chiedendosi in varie canzoni, se il suo vestito reggerà lo sforzo. In "You've lost that lovin' feeling" ammette "Baby, baby, I'd get down on my knees for you, it this suit weren't too tight" (Piccola, mi mettere in ginocchio per te se questo vestito non fosse troppo stretto). O durante una spaccata, cantando Suspiscious Mind, dove le parole cambiano da "Because I love you too much baby" a "I hope this suit don't tear up baby".
Ma il momento più ilare e famoso di Elvis è certamente durante una serata a Las Vegas, dove da principo cambia "do you gaze at you doorstep and picture me there" (fissi la soglia di casa e mi immagini lì) in "do you gaze at your bald head and wish you had hair" (fissi la tua testa pelata e desideri avere i capelli) e poi si lascia andare in una crisi di riso contagioso che prosegue fino alla fine della canzone.
Suspiscious Minds (I hope this suit...) e Are You Lonesome Tonight (laughing version)
Elvis non ama particolarmente volare. Per questo motivo, non si esibì mai fuori dagli Stati Uniti. Da tutto il mondo, dunque, provenivano ogni anno migliaia di fan che desideravano assistere a un suo concerto. Fino allo storico concerto di Honolulu del 14 gennaio 1973, che viene trasmesso via satellite in tutto il mondo. Un miliardo di telespettatori segue la diretta e qualche altro milione la differita del giorno seguente.
Il 9 ottobre di quell'anno viene sancita la separazione con Priscilla, che l'aveva lasciato l'anno prima a causa delle frequenti assenze per le turné e i pessimi rapporti con la Memphis Mafia. Era denominato così l'entourage di amici, parenti e guardie del corpo che aveva eretto un muro intorno al Re. Nonostante Elvis e Priscilla siano rimasti sempre buoni amici, Presley cade in una profonda e duratura depressione. I farmaci di cui abusa lo portano spesso al ricovero in ospedale, e un'alimentazione disordinata lo porta ad ingrassare a dismisura e a sottoporsi a diete dimagranti a base di medicinali.
La frenetica attività concertistica gli lasciò poco tempo per incidere nuovi album da studio. E quei pochi non erano sempre di alta qualità. Nell'ultimo periodo sembrava aver ritrovato l'entusiasmo e realizzò il buon Moody Blue, che riceve i consensi di pubblico e critica.
Ma nei suoi concerti si trascina spesso a fatica, manca la verve, il carisma di una volta. Anche se ogni volta che sorride, quegli occhi mandano al pubblico un calore umano indescrivibile. Durante un concerto particolarmente penoso, sull'ultima canzone infila ancora uno dei suoi giochetti, questa volta amaro. Si tratta di "Can't help falling in love" che invece di cantare "Wise men say, only fools rush in" dichiara "Wise men know, when it's time, time to go" (gli uomini saggi sanno quando è il momento, il momento di andare via".
Il suo ultimo concerto è del 26 Giugno 1977. Cinque giorni prima, stanco e affaticato ma con quel sorriso di cui parlavo sopra, conclude il concerto con questa "Unchained Melody" straziante.
Unchained Melody. Cinque giorni dopo l'ultimo concerto.

Elvis se n'è andato trent'anni fa oggi, il 16 agosto 1977. La sua fidanzata, Ginger Alden, lo trova riverso sul pavimento nel bagno della sua casa a Graceland. Il giorno dopo sarebbe dovuto cominciare un nuovo tour, e i due si sarebbero dovuti sposare a Natale. La causa del decesso fu l'aritmia cardiaca aggravata dall'abuso di pillole.
Da allora, i fan increduli continuano ad avvistarlo. Qualcuno ha perfino messo una taglia.
C'è chi dice che sia in una casa di riposo e combattere mummie con la forza del rock, ma io preferisco credere a chi dice che è tornato sul suo pianeta.
E mi piace ricordarlo così:
Can't Help Falling in Love. Con un acuto da brivido.

Qualche anno fa rividi Paolo dopo molto tempo. Ora è sposato e ha due bambine. Lavora in un'industria tessile.
Dopo i convenevoli di rito e le pacche sulle spalle gli chiesi: e Elvis?
- Elvis cosa?
- Beh, hai ancora la passione per il re?
e lui, sorridendo come se fosse la domanda più ingenua che gli fosse capitato di sentire, rispose:
- Ma no, non lo ascolto più da tempo! Era una cosa da ragazzi.
Provai profonda tristezza e un senso di tradimento. Come se Elvis avrebbe potuto rimanerci male.
Il re è morto, lunga vita al re.
