Per chi si fosse domandato chi sia l'omino raffigurato sulla foto appuntata al petto del colonnello Gheddafi durante l'incontro con Silvio Berlusoni, rispolvero questo post di tre anni fa.
Postato la prima volta il 17 settembre 2006
Nelle ultime settimane ho avuto modo di vedere tre opere di culture diverse. Diverse fra loro. Diverse dalla nostra.
Tre film “etnici” di cui due non vedevo da una quindicina d’anni. È stato un caso trovarmi a guardarli nello stesso periodo, forse per una necessità di capire un pochino cosa non va nel nostro pianeta. Sono storie che ci mostrano il nostro mondo capovolto, visto con gli occhi di chi non è NOI. Una prospettiva che può mettere a disagio, irritare, ma che fa certamente riflettere.
Li consiglio a tutti. Anche se non sono di facile reperimento, con buona volontà e una carta di credito, si possono ordinare tranquillamente all’estero.
Comincio parlando di una trilogia deliziosa e poetica. È quella che racconta la vita di Apurba Roy, un bambino, un ragazzo, e infine un uomo indiano. Bengalese, per la precisione. Tratti dal romanzo Aparajita di Bibhutibhusan Banerjee, e girati dal maestro Satyajit Ray negli anni cinquanta, i tre film sono autentico neorealismo, al pari dei nostri capolavori di quel periodo. A quei capolavori italiani, infatti, si ispira il regista: folgorato da
Ladri di Biciclette sulla via di Cannes, prima, e di Venezia, dopo. Apurba, detto Apu, cresce in un villaggio fuori Calcutta, e nel primo film (Pather Panchali, 1955) lo vediamo crescere nella natura e nell’estrema povertà che lo circonda. Tragedie personali lo accompagneranno per tutta la sua esistenza, ma Apu le affronterà sempre con tenacia e coraggio. Nel secondo capitolo, (Aparajito, 1957) si trasferisce con la famiglia lungo la riva del Gange, per poi tornare al villaggio natale dopo qualche anno. Scolaro brillante, vince una borsa di studio e raggiunge Calcutta, da solo. Il terzo e ultimo episodio (Apur Sansar, 1959) lo vede affrontare la vita da scrittore squattrinato, un po’ sbandato, con ancora la voglia adolescenziale di allontanare ogni responsabilità. Il matrimonio improvviso con la bella Aparna lo costringerà ad affrontare il mondo reale.
Nessuna interferenza dell’occidente è concessa a queste tre pellicole, salvo qualche parola dell’imperialista Inghilterra che salta all’orecchio, in mezzo ai dialoghi in lingua originale.
L’occidente violento e brutale, invece, è l’inevitabile protagonista di Barefoot Gen (Hadashi No Gen). Film giapponese d’animazione del 1983, racconta il bombardamento di Hiroshima visto attraverso gli occhi del bambino scalzo Gen. Un pugno nello stomaco tratto dal fumetto omonimo di Keiji Nakazawa, lui stesso sopravvissuto all’orrore della bomba. Nel seguito, realizzato due anni dopo e ambientato tre anni dopo l’olocausto nucleare, il maestro è costretto a insegnare ai bambini l’articolo due della nuova costituzione. Quello che concerne la “rinuncia alla guerra” a favore della pace internazionale. Il sarcasmo nei confronti dell’ipocrisia americana è evidente. Soprattutto quando i militari U.S.A. attraversano la città con le loro Jeep, gettando barrette di cioccolato ai bambini
, come dei salvatori. O ancora, quando Gen e i suoi amici si accorgono che i marines stanno gettando le ossa dei cadaveri in fosse comuni, con ruspe che schiacciano i crani delle loro vittime. Il tutto con volti pieni di indifferenza.
Evidente lo spirito propagandistico della pellicola, ma ancora più evidente la necessità di realizzarla anche a distanza di quarant’anni. Necessità che dovremmo sentire anche noi, nel vederlo, sessant’anni dopo.
Un’avvertenza: lo stile narrativo giapponese è molto differente dal nostro. Va compreso. È didascalico, a volte, grottesco o perfino umoristico laddove ci si aspetterebbe un tono drammatico. Ma l’esperienza di aprirsi a un altro linguaggio richiede anche l’accettazione di regole diverse. Inutile dire che, con la cultura italiana del: cartone animato = roba da bambini, difficilmente vedremo mai questo titolo sui nostri schermi.
Il Leone del Deserto (1981) di Moustapha Akkad, invece, è stato proiettato clandestinamente un paio di volte, nonostante la grave censura che lo riguarda. Chi pensasse che nel nostro Paese liberale non esistono pellicole “proibite” dovrà ricredersi considerando l’abominevole caso di questo film.
Dell’affascinante persona del siriano Moustapha Akkad ho già parlato in precedenza qui e qui. Ma il film, che vidi in un’edizione egiziana quasi vent’anni fa, l’ho potuto gustare pienamente soltanto ora: l’edizione originale (inglese) curata della Anchor Bay è decisamente più accessibile e comprensibile. Il leone del deserto è Omar Al Mukhtar, ribelle libico che, tra il 1911 e il 1930, tenne in scacco le truppe italiane che occupavano la sua terra. Venne catturato e impiccato all’età di settant’anni. Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas, e i nostri Raf Vallone e Gastone Moschin sono nel cast stellare di questo film coprodotto, ahimé, dal colonnello Gheddafi. Poco importa, però, perché il film è una cruda e sincera narrazione di quello che i nostri soldati fecero durante l’occupazione di Libia. Fucilazioni, gassazioni, decapitazoni, impiccagioni. E campi di concentramento.
Già, come quelli dei tedeschi. Una sequenza, all’interno del film, mostra filmati di repertorio che documentano l’atrocità messa in atto dagli “italianibravagente”. Proprio quei filmati fecero addirittura scomodare l’allora ministro Giulio Andreotti (nella persona del sottosegretario agli esteri Raffaele Costa) il quale pose il veto sulla pellicola. Veto che persiste tutt’oggi, confermato nel 2003 dal ministro Urbani. La spiegazione è semplice: l’esercito italiano non fa una bella figura. Anche se di fascisti si tratta. E così, un kolossal di grande importanza storica e artistica deve circolare clandestinamente.
Chiaramente ispirato ai filmoni di Sir David Lean, Il Leone del Deserto è un’occasione rara per vedere la riva dalla barca, e non viceversa come siamo abituati. Metterci nei panni di chi ci ha odiato, di chi non ci considera simpatici buontemponi mandolino e spaghetti, ma spietati aguzzini. È strano pensarci, ma è inevitabile il confronto con l’attualità. Ancora oggi vogliono farci credere che a Baghdad il nostro esercito sia l’unico benvoluto, amato da tutti. I telegiornali trasmettono immagini dei nostri soldati che distribuiscono caramelle ai bambini. Però poi succede Nassiriya, e ci viene il dubbio che forse non s’è trattato proprio di un errore.
Il settantenne Omar Al Mukhtar catturato e incatenato dai valorosi soldati Italiani.