Comincio parlando di una trilogia deliziosa e poetica. È quella che racconta la vita di Apurba Roy, un bambino, un ragazzo, e infine un uomo indiano. Bengalese, per la precisione. Tratti dal romanzo Aparajita di Bibhutibhusan Banerjee, e girati dal maestro Satyajit Ray negli anni cinquanta, i tre film sono autentico neorealismo, al pari dei nostri capolavori di quel periodo. A quei capolavori italiani, infatti, si ispira il regista: folgorato da
Ladri di Biciclette sulla via di Cannes, prima, e di Venezia, dopo. Apurba, detto Apu, cresce in un villaggio fuori Calcutta, e nel primo film (Pather Panchali, 1955) lo vediamo crescere nella natura e nell’estrema povertà che lo circonda. Tragedie personali lo accompagneranno per tutta la sua esistenza, ma Apu le affronterà sempre con tenacia e coraggio. Nel secondo capitolo, (Aparajito, 1957) si trasferisce con la famiglia lungo la riva del Gange, per poi tornare al villaggio natale dopo qualche anno. Scolaro brillante, vince una borsa di studio e raggiunge Calcutta, da solo. Il terzo e ultimo episodio (Apur Sansar, 1959) lo vede affrontare la vita da scrittore squattrinato, un po’ sbandato, con ancora la voglia adolescenziale di allontanare ogni responsabilità. Il matrimonio improvviso con la bella Aparna lo costringerà ad affrontare il mondo reale.
L’occidente violento e brutale, invece, è l’inevitabile protagonista di Barefoot Gen (Hadashi No Gen). Film giapponese d’animazione del 1983, racconta il bombardamento di Hiroshima visto attraverso gli occhi del bambino scalzo Gen. Un pugno nello stomaco tratto dal fumetto omonimo di Keiji Nakazawa, lui stesso sopravvissuto all’orrore della bomba. Nel seguito, realizzato due anni dopo e ambientato tre anni dopo l’olocausto nucleare, il maestro è costretto a insegnare ai bambini l’articolo due della nuova costituzione. Quello che concerne la “rinuncia alla guerra” a favore della pace internazionale. Il sarcasmo nei confronti dell’ipocrisia americana è evidente. Soprattutto quando i militari U.S.A. attraversano la città con le loro Jeep, gettando barrette di cioccolato ai bambini
, come dei salvatori. O ancora, quando Gen e i suoi amici si accorgono che i marines stanno gettando le ossa dei cadaveri in fosse comuni, con ruspe che schiacciano i crani delle loro vittime. Il tutto con volti pieni di indifferenza.
Il Leone del Deserto (1981) di Moustapha Akkad, invece, è stato proiettato clandestinamente un paio di volte, nonostante la grave censura che lo riguarda. Chi pensasse che nel nostro Paese liberale non esistono pellicole “proibite” dovrà ricredersi considerando l’abominevole caso di questo film.
Già, come quelli dei tedeschi. Una sequenza, all’interno del film, mostra filmati di repertorio che documentano l’atrocità messa in atto dagli “italianibravagente”. Proprio quei filmati fecero addirittura scomodare l’allora ministro Giulio Andreotti (nella persona del sottosegretario agli esteri Raffaele Costa) il quale pose il veto sulla pellicola. Veto che persiste tutt’oggi, confermato nel 2003 dal ministro Urbani. La spiegazione è semplice: l’esercito italiano non fa una bella figura. Anche se di fascisti si tratta. E così, un kolossal di grande importanza storica e artistica deve circolare clandestinamente.
Chiaramente ispirato ai filmoni di Sir David Lean, Il Leone del Deserto è un’occasione rara per vedere la riva dalla barca, e non viceversa come siamo abituati. Metterci nei panni di chi ci ha odiato, di chi non ci considera simpatici buontemponi mandolino e spaghetti, ma spietati aguzzini. È strano pensarci, ma è inevitabile il confronto con l’attualità. Ancora oggi vogliono farci credere che a Baghdad il nostro esercito sia l’unico benvoluto, amato da tutti. I telegiornali trasmettono immagini dei nostri soldati che distribuiscono caramelle ai bambini. Però poi succede Nassiriya, e ci viene il dubbio che forse non s’è trattato proprio di un errore.
Il settantenne Omar Al Mukhtar catturato e incatenato dai valorosi soldati Italiani.
