
Nel 1963 è Maurice, il telepata di Fellini in 8½, colui che guida la celebre passerella conclusiva. Sempre in quegli anni dona a Eric Clapton una copia del poema d'amore Layla e Majnun, al quale il chitarrista si ispirerà per la sua famosa Layla.

"Non voglio vedere questa moschea, è molto vicina alla mia casa in Toscana. Non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto, quando io nei loro paesi non posso neppure indossare una croce o portare una Bibbia. Se sarò ancora viva andrò dai miei amici a Carrara, la città dei marmi. Lì sono tutti anarchici; con loro prendo gli esplosivi e la faccio saltare per aria".
E camminando di notte, nel centro di Milano, semideserto e buio, e vedendomi venire incontro un incauto avventore, ebbi un piccolo sobbalzo nella ragione epigastrico duodenale, che a buon diritto chiamai «paura». O vigliaccheria emotiva.
Capello in testa e impermeabile chiaro che copre l'abito scurissimo, l'uomo che mi viene incontro ha pochissime probabilità di essere Humphrey Bogart. Le mani stringono al petto qualcosa di poco chiaro; non posso deviare, mi seguirebbe.
Non importa, proseguo per la mia strada, non devo aver paura, la paura è un odore e i viandanti lo sentono. Sono peggio delle bestie questi viandanti, è chiaro che lo sentono!...
Ma l'importante è andare avanti deciso, qualsiasi inflessione sarebbe di grande utilità al nemico. La prossima traversa è vicina, e forma un angolo acuto.
tre,