postato da seaweeds
martedì, 02 gennaio 2007

Com'è che se lo fa lui prende dei soldi, e se lo faccio io non passo l'esame?


E se chi ben inizia è a metà dell'opera, io sono già a giugno.

Ah, buon anno naturalmente.
Permalink | commenti (20) | commenti (20) [popapp - ghedonapp]
categoria : diario, patire a punti

postato da seaweeds
martedì, 28 novembre 2006

Dopo due tentativi (promosso con un errore, bocciato con nove), al terzo passo l'esame di teoria con tre errori.
Adesso mancano tre mesi per dare la pratica. E al terzo foglio rosa sarebbe anche l'ora!…
Speriamo che il tre porti bene.

Siamo al quarto "Patire a punti". Sarebbe stato meglio se si fosse trattato del terzo. Ma anche questo può essere benaugurante: è già accaduto che quattro imbattibili venissero considerati tre.

Permalink | commenti (7) | commenti (7) [popapp - ghedonapp]
categoria : diario, patire a punti

postato da seaweeds
martedì, 10 ottobre 2006

Stamattina, ore nove e trenta, esame di teoria.
Il secondo, dato che il primo è “scaduto”, pur avendolo superato con solo un errore.

Forte del buon risultato della volta precedente, mi sono messo soltanto ieri a ripassare.
Primo test: due errori. Bene. Il vecchio leone non si smentisce!
Secondo test: sei errori. Coraggio, può capitare. E poi c’erano quelle due domande assurde. Due per tre possibilità ciascuna: ecco spiegati i sei errori.
Su, concentrati.
Terzo test: cinque errori. Meglio. Dai. Un altro.
Quarto test: dodici errori. Lavacca! Beh, ma è sfiga. Hai cominciato con solo due!
Quinto test: nove errori.
Sesto test: dieci.
Settimo: quattro. Proprio nel limite.
Seguono un’altra decina di tentativi, fra ieri notte e stamattina, senza mai restare sotto al tetto dei quattro errori.

Poteva anche essere un segnale positivo. La volta scorsa era successa la stessa cosa. Risultati buoni fino al giorno prima della prova. La sera della vigilia e l’indomani mattina, un disastro. E alla fine, un errore.
Fortuna, molto probabilmente. Ma ci si mette anche il Fato a prendermi in giro: se il risultato positivo me l’avesse fatto avere dopo vari tentativi, non mi sarei illuso di essere in gamba. O forse è stato meglio. Così non ho sospeso gli esercizi e ho continuato.

Arrivato al palazzo della motorizzazione prendo l’ascensore. Rifletto su come sia fasullo il saluto fra gli utenti del mezzo. Ha un che di artificiale e ridicolo. “Buongiorno”. E poi stai zitto, a pochi centimetri dall’altro cercando un punto libero da fissare. Arrivati a un piano, chi deve scendere risaluta: “buongiorno”. Ed entrambi sapete che quell’incontro non ha cambiato nulla della vostra vita. Non dico che sia inutile. È soltanto buffo. Dal decimo al dodicesimo piano, sono solo con una ragazza. Entrambi siamo appoggiati alla parete opposta all’apertura. Arrivati al suo piano lei fa uno scatto in avanti e si piazza davanti alle porte scorrevoli. A una decina di centimetri di distanza. È buffa pure lei. Mi ricorda quando i gatti si fissano a guardare un punto del muro da distanza ravvicinatissima. O l’ultima sequenza di Blair Witch Project.
Il campanello del piano fa “PLIN” e prima ancora che le porte siano aperte lei esala un “Buongiorno”. Svogliata, come se fosse obbligata a salutare. Mi fa tenerezza. Avrei voluto dirle: “Non ti preoccupare, non importa”.

Arrivato al tredicesimo piano, il mio, procedo di gran passo verso l'area dove diedi l’esame in primavera. Poca gente. Un ragazzo seduto. Chiedo: “Hanno già chiamato il turno delle nove e mezza?” Risponde che qualcuno l'
hanno chiamato. Allora entro. I tavoli della stanza non sono disposti come la volta scorsa. E soprattutto ci sono due esaminatori con due esaminandi. E basta. Niente quiz. Solo esami orali! Comincia il panico.

L’ufficio pubbliche relazioni e informazioni è profondo una decina di metri. Mi affaccio allo sportello di plexiglass per comunicare con qualcuno. L’interno è arredato in maniera volutamente sproporzionata, per scoraggiare l’eventuale utente che avesse bisogno di informazioni. Le scrivanie sono dal lato opposto allo sportello, in fondo ai dieci metri. Una persona lavora al computer senza alzare lo sguardo, e un’altra
ridacchia al telefono. Torno dal ragazzo di prima e faccio notare: “Ma non c’è la classe… Solo due persone…” Mi risponde: “Sì, chiamano uno per volta”. “Ma l’esame è orale?!?” Mi passa davanti agli occhi tutta la vita. Vuoi vedere che in questi mesi è cambiato tutto il sistema e ora non ci sono più le prove a quiz? Il mio interlocutore mi interrompe mentre il film della mia vita è arrivato agli esami di maturità. “Sì. Per la patente C, no?”, dice. “No, A.” “Ah, allora non lo so.”
Riavvolgo la pellicola. Un’impiegata con cartellino mi passa davanti. “Scusi, io stamattina avrei l’esame di teoria per la patente A. Dove devo andare?”
“Beh, ma sarà in via Dino Col…”
“Ma io l’altra volta l’ho fatto qui.”
“Si vede che avevamo dei lavori e non potevamo farli là…”
“Ah…”

Ora sono in ritardo. Ridiscendo velocemente il grattacielo… o meglio, l’ascensore lo fa per me. Inforco il motorino e raggiungo Via Dino Col. Fortunatamente la chiamata del mio turno non è ancora stata fatta. Mi siedo in sala d’aspetto e tiro fuori il libro per dare un ultimo ripasso. Una ragazzina chiede a suo padre: “Magari posso chiedere a questo signore…”
Il signore sarei io. La mazzata sull’età, non ci voleva. Il padre le risponde: “Cosa vuoi che ne sappia. Dovrebbe aver già dato l’esame.”
Già… Proprio una cosa improbabile, eh? Me ne resto in silenzio. Quei pochi secondi di ripasso possono rivelarsi provvidenziali. Niente distrazioni.
‘Signore’… mhm…

Dopo un po’ veniamo chiamati e entriamo nell’aula. I due esaminatori sono un tricheco che somiglia a Aldo Fabrizi e un tizio flemmatico alla Corrado Augias. A differenza dell’altra volta, ci assegnano i posti (credo) in base alle altezze. “Tu lì, tu lì, tu mettiti qua…”

Il tricheco dà le prime istruzioni: “Prendete le vostre pratiche, apritele e giratele. Poi mettete tutti i documenti all’interno.” Quando le consegniamo, la ragazzina di prima commette l’errore più grave della sua vita. Nel silenzio reverenziale della stanza, Aldo Fabrizi esplode: “Perché non hai girato la pratica?… Eh?” La ragazzina non risponde. Il tricheco incalza: “Cos’è, troppo complicato?”
Mi scappa un “Pezzo di merda!…” Qualcuno si gira a guardarmi. Sono basito. Un uomo tanto meschino quanto arrogante. Neanche fosse un poliziotto che deve garantire l’incolumità pubblica!…

Ecco, esattamente un poliziotto. Sembra di essere nella stanza interrogatori di un distretto. Con l’agente buono e quello cattivo. Solo che noi non abbiamo commesso crimini, anzi, abbiamo pagato per essere lì. Roba da matti!… Corrado Augias chiama me e un altro per testimoniare che le prove sono sigillate. D’accordo.

Il tricheco comincia a berciare le disposizioni. A partire dalla firma, cognome, nome e numero del foglio rosa. Quattro o cinque persone, me incluso, sono senza penna. Il disgraziato che lo fa notare sarà la seconda vittima del poliziotto cattivo:
“Perché sei senza penna?”
“Eh, pensavo che la davate qui.”
(E lo pensavo pure io, anche se col congiuntivo.)
“E cosa siamo noi, una cartoleria?”
“No…”
“Scusa un po’, e tu vieni all’esame senza portarti dietro una penna?”
“Eh…”




Che poi sarebbe anche lecito
pensare che il test vada compilato, per dire, solo a matita. In quel caso, perché dovrei portarmi dietro la penna? O devo girare con un astuccio? E cosa sono io, una cartoleria?
Questa cosa della penna mina anche la pacatezza di Corrado Augias che fa notare di averne già “prestate due”. Mentre le distribuisce, faccio segno che anch’io sarei penna-sprovvisto. Dopo un po’ di ricerche trova una micropenna da borsetta. Non mi lamento.

Abbiamo mezz’ora. Sul mio tavolinetto di legno ribaltabile c’è intagliato un messaggio semplice ma significativo: AIUTO!
Penso a chi s’è seduto qui prima di me. Chissà se avrà passato o no l’esame…


Riconsegnamo. Un ragazzo sostiene che orale, la prova, sarebbe meglio. "Perché così si può capire meglio la domanda". Il tricheco sostiene il contrario. Che se vuoi segare qualcuno all’orale ci impieghi quattro secondi. L’impavido ragazzo si permette: “Eh, e lei non ha la faccia molto da ‘buono’”. Touché. Aldo Fabrizi resta un po’ in silenzio, poi dice altro, poi impila le prove, poi si rivolta verso il ragazzo dicendogli: “Ricordati che l’apparenza inganna. Io sono buono come il pane… Can che abbia non morde”.
Sì, e tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, penso io.


Ho fatto nove errori. Bocciato. Me l’aspettavo, anche se non lo speravo. Lascio la stanza. Nella sala d’aspetto riordino la mia roba e sento due genitori che commentano l’espressione che aveva il ragazzo impavido, quando è uscito.
“Non deve essergli andata bene. Quel ragazzo è il tipo che se viene promosso reagisce in altro modo.”
“Sì, ma anche se l’esame va male, pazienza. Mica è una tragedia!…”
“Già… Sono più importanti quelli medici.”
Alla faccia dell’ottimismo…

E così, fra un mese e un giorno dovrò ridare la teoria. Stavolta non aspetterò il giorno prima, per ripassare…
Mi ha intristito una cosa, però.
Dopo dieci anni, mi sono sentito nuovamente come dietro ai banchi di scuola. E non ho potuto fare a meno di pensare a quei timori, a quelle arroganze che un tempo ti bloccavano. E ora è evidente, ti è chiaro chi c’è dietro al potente e terribile Mago di Oz: un ometto piccino e spaventato.
Non ho potuto fare a meno di ricordare uno dei miei testi preferiti di Roger Waters:

Well, when we grew up and went to school,
There were certain teachers,
Who would hurt the children in any way they could,
By pouring their derision,
Upon anything we did,
Exposing every weakness,
However carefully hidden by the kids.

But in (but in) the town it was well known,
When they got home at night,
Their fat and psychopathic wives would thrash them,
Within inches of their lives.

Permalink | commenti (26) | commenti (26) [popapp - ghedonapp]
categoria : diario, patire a punti

postato da seaweeds
mercoledì, 27 settembre 2006

Non sapevo bene se scrivere o non scrivere questo post. In realtà, lo scorso lunedì è andato tutto inaspettatamente bene, e nessun punto-patente mi è stato addebitato.

Sono giunto alla stazione della metropolitana, e il treno è arrivato come ho messo piede sul marciapiede. Scendo alla mia fermata e trovo subito l’autobus.

Palazzo della motorizzazione. Ascensore. (Ormai conosco a memoria ogni dettaglio delle cabine… quella di lunedì era quella con una donna nuda inginocchiata, e vista di schiena. Un’incisione sopraffina realizzata con la tecnica della chiave su porta di metallo.)

Piano. Ufficio. La coda allo sportello non esiste. Una sola persona davanti a me, che finisce pochi secondi dopo il mio arrivo. L’impiegata dell’altra volta sembra pure gentile.
Presento il foglio rosa provvisorio, parlotta un po’ con la collega. Fa una ricerca sul computer che non ha NIENTE a che vedere con la mia pratica e mi chiede di pazientare. Però domanda anche scusa due o tre volte. Mi sento nella bambagia.

Mi porge il foglio rosa, e azzardo a dire che vorrei pure prenotare l’esame di teoria. “Ma certamente. Il 10 Ottobre va bene?" Dico che un giorno vale l’altro. Saluto. Arrivederci.

Prendo l’ascensore e torno giù. Davanti all’edificio c’è la fermata degli autobus. Il mio, di nuovo, passa quasi subito. Scendo alla fermata della metropolitana. Il primo treno è annunciato in un minuto. Arrivo sul binario e sento già il rumore del convoglio.

“Non è successo niente”, titola un romanzo di Tiziano Sclavi. Perché allora ho scritto questo post? Innanzitutto, perché qualcuno (?) poteva aspettarsi il secondo episodio di “Patire a punti”, visto che al primo avevo accostato volutamente un numerino. Secondo… secondo… Adesso non mi viene. Magari mi torna in mente entro il 10 Ottobre, quando arriverà il terzo capitolo della saga.

Permalink | commenti (20) | commenti (20) [popapp - ghedonapp]
categoria : diario, patire a punti