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domenica, 10 giugno 2007

C'era una volta una ranocchietta che voleva diventare principessa.
Ma per quanti sforzi facesse, non le riusciva proprio di essere posata, non conosceva le buone maniere e quando apriva bocca le uscivano solo sonori rutti.
Si credeva molto intelligente, perché il suo acquitrino era pieno di insetti, parassiti e altre ranocchie meno svegli di lei.
Ogni tanto, quando nessuno la seguiva, la ranocchietta si recava nei giardini dell'alta aristocrazia: attraversava il cortile di un barone, entrava nella biblioteca di una contessa, nuotava tra le alghe dei laghetti. Pensava di non essere notata, ma si sa che i nobili tengono alle loro proprietà e hanno l'occhio lungo. Tolleravano le intrusioni della ranocchietta benevolmente: "che danno potrà mai arrecare al prato, una piccola ranocchietta!", diceva il barone. "Che danno potrà portare ai miei libri, una piccola ranocchietta!" sosteneva la contessa. "Che danno portà portare ai pesci del laghetto, una piccola ranocchietta!" sminuiva il giardiniere.
E così la piccola rana continuava ad allontanarsi dal puzzo della sua palude, per respirare i profumi di fiori coltivati nelle serre dei nobili.
Un giorno, il barone e la contessa decisero di fare un pic-nic in campagna e si fecero accompagnare dal giardiniere, per l'occasione promosso a chaffeur. Dopo pranzo, si misero a giocare a palla fino a quando la sfera finì dietro a un cespuglio. Andarono per recuperarla e, come furono al di là del cespuglio, si trovarono di fronte a un putrido stagno maleodorante. Presa la palla, i tre scapparono disgustati, tappandosi il naso e reggendosi lo stomaco. Urti di vomito li accompagnarono fino al loro ritorno a casa, dove finalmente tirarono un respiro di sollievo.
Lo stagno era quello della ranetta, che non perse tempo e avvisò gli altri abitanti dell'acquitrino che il loro piccolo paradiso era stato violato da tre energumeni invadenti, bifolchi e stupidi. Gli insetti, i parassiti e le altre ranocchie, si sa come sono, fecero la voce grossa, le diedero ragione: era uno scandalo! Ma in realtà, a nessuno di loro importava veramente.
Solo alla piccola ranocchietta, che si beò per un po' di tempo dell'attenzione che aveva attirato su se stessa.
Ma dopo qualche giorno, era di nuovo da capo: si sentiva attirata dai giardini aristocratici e il richiamo di quei piccoli paradisi erano per lei irresistibili. Tornò una volta, due volte, tre volte, e ogni tanto le faceva compagnia qualche rospo grinzoso e butterato.
Qualcosa era cambiato, però. Non riuscendo a trasformarsi in una principessa, la ranocchia era diventata invidiosa e dispettosa. Faceva i suoi bisogni nel cortile, lasciava il suo viscidume sui libri della biblioteca, e rosicchiava e strappava le alghe del laghetto.
Ancora una volta, i nobili lasciarono correre. Si sa anche loro, come sono.
Poi una notte buia, la ranetta sentì nuovamente il richiamo dei giardini. Lasciò il suo stagno, la palude, scavalcò il canale e si trovò davanti alla grande autostrada.
Fece per attraversarla, quando un grosso autoarticolato la schiacciò.
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sabato, 31 marzo 2007

Dopo lunghe trattative sono entrato in possesso del quaderno di George Lucas.
Vi sono raccolti i suoi appunti di quando frequentava ancora la scuola di cinema.


È interessante notare come, nella lezione ventisette, si insegnasse uno di quegli espedienti Chandleriani (Raymond Chandler diceva che quando incontrava un punto morto dei suoi romanzi, faceva entrare in scena qualcuno con una pistola) a cui Lucas ricorrerà spesso nella sua carriera.

Per esempio l'amputazione di un arto (Anakin nell'episodio III, la creatura allontanata da Obi-Wan nel cantina-bar del IV, il mostro delle nevi del pianeta Hoth nel V, Luke nel VI...) o il ruzzolone di uno dei personaggi giù da un precipizio dal quale farlo penzolare un po'

Qui di seguito, alcuni momenti dell'Esalogia in cui si è ricorso al secondo, geniale, trucco narrativo.

(Cliccare per ingrandire)







 

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venerdì, 23 marzo 2007

Nella visione dei sei episodi della saga di Lucas non m'è chiaro cosa succede quando muore uno (o un) Jedi.

Colpito da Darth Vader nell'episodio IV, Obi-Wan svanisce e la sua cappa s'affloscia sul pavimento senza nemmeno una bruciatura.


Nel VI episodio, invece,
Yoda muore di vecchiaia nel suo giaciglio. Svanendo anche lui sotto la sua copertina.


Si desume, quindi, che gli (o i) Jedi, facciano la fine di uno stipendio la prima settimana del mese.
Sempre nel
VI episodio, Darth Vader viene bruciato su una pira. Le spiegazioni possono essere due: o stanno bruciando simbolicamente casco e paltò, oppure gli Jedi che passano al lato oscuro non possono dissolversi. Una sorta di punizione.


Ora poniamo che questa deduzione sia corretta. Perché cacchio il maestro Jedi di Obi-Wan, Qui-Gon Jinn, viene cremato nell'episodio I?


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domenica, 18 marzo 2007

Il mio acerrimo nemico, il male da combattere in questi giorni è George Lucas. Perché cos’è la vita se non si ha qualcuno da odiare?
O forse non proprio, però reputo George Lucas il più grande bluff della storia del cinema. E non solo quella, data l’alta carica di “Dio dei Nerd
che gli è stata conferita all’unanimità.

Per una di quelle strane coincidenze nella vita di ogni cinefilo, mi sono ritrovato a visionare, nel giro di poche ore, due titoli in completa antitesi l’uno con l’altro. Il primo è un film di Billy Wilder del 1966: “Non per soldi... ma per denaro”. L’altro è “Star Wars Episodio III – La vendetta dei Sith” del 2005.

Trama del primo film: un cameraman sportivo viene investito da un giocatore di football a bordo campo durante una partita. Nonostante l’uomo se la cavi con qualche livido, il cognato avvocato lo convince a simulare danni gravissimi per intentare causa alla compagnia sportiva, e riconquistare la moglie che l’ha abbandonato.

Trama del secondo film: la repubblica, il senato e chi altro sono in guerra coi cloni. O forse no. Però poi ci sono i Jedi (che nella vecchia trilogia erano “gli”, e adesso sono “i”), che difendono il senato e il cancelliere che però è in combutta con i cattivi. Poi ci sono i Sith, che non si sa da dove vengano fuori, chi siano, cosa facciano, cosa vogliono. Anakin Skywalker teme che la moglie muoia e così, invece di farle un’assicurazione sulla vita passa al lato oscuro della forza e fa un casino che metà basta.

Proprio la contrapposizione di questi due film ha creato un cortocircuito nel mio cervello e m’è scattato un odio viscerale per questo re del marketing che risponde al nome di Lucas. Sono convinto, infatti, che il suo sia il classico caso di uomo giusto al momento giusto. Imbroccato il successo con il primo “Guerre Stellari” - in effetti un capolavoro della fantascienza di quegli anni – lascia la regia dei successivi due episodi a Irvin Kershner e Richard Marquand.

Stremato, il poverino ha bisogno di riposarsi e si prende una piccola pausa. Di ventidue anni. Nel frattempo, ok, scrive Indiana Jones (che comunque dirige Spielberg) e gioca nello Skywalker Ranch con l’ILM e il THX. Bravo.

Poi se ne esce con l’idea della nuova trilogia, che viene prima di quella vecchia, e già comincia a far casino. E se ne esce con personaggi che resteranno negli annali come Jar Jar Binks, il Pippo della situazione. Solo che a differenza del personaggio disneyano non è simpatico. È solo stupido. Nonostante questo, in maniera molto verosimile, diventa ambasciatore della repubblica. Come se Jimmy il Fenomeno sedesse in parlamento.

O la regina Amidala, che deve avere uno staff di parrucchieri, sarti e truccatori che neanche Madonna. La cantante. Da un film all’altro, si trasforma da saggia e illuminata politica a una cretina incapace di riconoscere perfino l’evidenza.

E ancora, robot che tossiscono altri che, quando sono in difficoltà, dicono “oh-oh” (ce lo vedo il programmatore nerd che si diverte: “Ora inserisco nel loro cervello positronico un chip che quando verranno messi alle strette diranno: Oh-oh!”), e pianeti di lava sui quali puoi fare rafting con una zattera di metallo.

Insomma, tornando al film di Billy Wilder, quello che lo rende un capolavoro è la storia. E i personaggi. È la dimostrazione che si può fare un film di due ore parlando in modo leggero di amicizia, di amore o di sentimenti contrastanti. Perché quello che conta è l’anima, e la storia regge benissimo anche oggi, a distanza di quarant’anni.

Oppure si può fare un film costosissimo, coinvolgere centinaia di persone, e non suscitare nemmeno un’emozione. L’anima è proprio quello che manca al lavoro di Lucas. Nel DVD del terzo episodio c’è un documentario di un’ora e venti che m’ha fatto imbestialire. Vi si spiega perché, su una scena di un minuto, hanno lavorato 910 persone per un totale di 70.441 ore. D’accordo, un minuto importante, uno scontro fondamentale per la “esalogia”, ma un minuto che personalmente ho trovato noioso.


Ora, capisco che sia fondamentale per loro riconoscere questo record. È un’operazione di marketing, una statistica, capisco anche che siano grandi conquiste della tecnologia, ma la storia? Se vedendo quel minuto lo spettatore s’annoia, hanno fallito il loro obiettivo.

M’è tornata in mente una gag che avevo pensato con un amico: il regista che commentava il suo film spiegando con orgoglio che il computer era stato impiegato per le cose più inutili. Tipo che tutte le sedie erano realizzate in CGI. O i baffi finti del protagonista, o la scena in cui il cane abbaia. La stessa sensazione l’ho avuta guardando quel documentario. Che senso ha? Ci si concentra così tanto sull’impatto visivo dimenticandosi completamente della storia, delle emozioni, della coerenza dei personaggi.

L’impressione che se ne ricava è che Lucas sia un incapace con dietro il più grande esercito di artisti che si sia mai visto. Un fantoccio, ma un fantoccio previdente, che s’è circondato di sapienti e abili collaboratori, che lavorano per lui.
Per forza di cose, poi, un film del genere NON può andare male al botteghino. Si può prendere una cacchetta di capra, rivestirla di cioccolato, marzapane, torroncino e cose squisite fino a farla diventare un dolce per dodici persone, ma sotto sotto, rimane sempre la piccola cacchetta di capra. E Lucas lo sa bene, perché negli ultimi anni ha confezionato questi enormi dolci farciti di escrementi di capra.

Ogni cameraman ha tre assistenti. Quattro persone dietro ogni macchina da presa? E Hitchcock che girava un film tutto in un appartamento, senza stacchi e quindi con una sola cinepresa?
Che senso ha mandare una troupe sull’Etna per filmare il vulcano in eruzione e poi inserire le immagini nelle sequenze del pianeta di lava? Nessuno ha mai ricordato a Lucas che il suggestivo “Viaggio al centro della terra” aveva le rocce di cartapesta, e i mostroni erano iguane ingrandite?

E se mentre la prima trilogia aveva un costrutto, dei personaggi e una storia che attinge agli archetipi delineati dal professor Joseph Campbell, questi nuovi tre film sono le opere di un dilettante, confezionate da professionisti. Non solo: è evidente lo sforzo immenso, e spesso malriuscito, per far quadrare tutto quello che ormai è assurto a mito con i primi, vecchi, tre episodi.

Sono sempre più convinto che Lucas sia morto in un incidente automobilistico insieme al beatle Paul, però una decina d’anni dopo, appena finito il primo “Guerre Stellari” e con indizi decisamente più evidenti di quelli del caso McCartney.
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